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Le ultimissime tecniche chirurgiche per l’ipertrofia prostatica benigna comprendono stent temporanei, minuscoli tiranti ancorati all'esterno della prostata, l'energia del laser a quella del vapore acqueo. È la condizione urologica più diagnosticata negli uomini tra i 45 e i 74 anni, e colpisce oltre 6 milioni di italiani over 50. Soffrono di ipertrofia prostatica benigna il 50% dei maschi tra 51 e 60 anni, il 70% dei 61-70enni, il 90% negli ottantenni.

Queste tecniche ultra mini invasive sono in grado di adattarsi alle esigenze del singolo paziente e, secondo gli esperti, di eliminare gli sgradevoli effetti collaterali spesso provocati dalla cura farmacologica. Notevoli anche i vantaggi: risolvono il problema una volta per tutte e mantengono la funzione eiaculatoria del paziente nella fase post operatoria. Senza contare che si effettuano in regime ambulatoriale o di Day hospital, alleggerendo dunque la pressione sulle strutture ospedaliere tuttora alle prese con l'emergenza Covid. Caratteristiche, utilizzo e diffusione delle terapie 'ultra soft' sono uno dei temi affrontati nel corso del 94° Congresso nazionale della Società italiana di urologia (Siu).

"I risultati clinici di queste nuove tecniche chirurgiche sono ancora in fase di validazione - spiega Rocco Damiano, direttore del Dipartimento di Urologia all'università Magna Graecia di Catanzaro e componente del Comitato esecutivo della Siu - ma la loro efficacia clinica e sicurezza sono già state comprovate. La prova sta nel fatto che hanno già trovato spazio all'interno delle Linee guida per il trattamento dell'adenoma di prostata, realizzate dalla Società europea di urologia (Eau)".

Tra le caratteristiche più importanti di queste metodiche c'è una maggiore capacità di alleviare e risolvere i sintomi rispetto alla cura farmacologica. "L'uso dei farmaci - sottolinea Walter Artibani, urologo e segretario generale della Siu - è di solito la prima scelta di trattamento, ma porta con sé effetti collaterali come l'ipotensione o l'eiaculazione retrograda, più un insufficiente controllo dei sintomi che può sfociare in eventi avversi, dal sangue nelle urine a infezioni ricorrenti, fino a calcoli alla vescica. Le tecniche ultra mini invasive, invece, danno più sollievo dai sintomi e riducono al minimo l'impatto sulla qualità della vita post operatoria del paziente, in particolare sulle funzioni eiaculatorie che restano imprescindibili soprattutto per i giovani".

Tra le più diffuse procedure chirurgiche ultra mini invasive “c'è anzitutto - illustra Francesco Porpiglia, ordinario di Urologia dell'università degli Studi di Torino e responsabile dell'ufficio scientifico Siu - l'utilizzo di stent intraprostatici temporanei al nitinol (introdotti per via endoscopica, vengono rimossi dopo 5 giorni), che tramite forze elastiche incidono il tessuto e risolvono l'ostruzione prostatica (trattamento i-Tind) . Ci sono poi dispositivi permanenti che, come fossero piccoli tiranti ancorati all'esterno della prostata, comprimono l'adenoma e dilatano l'uretra, migliorando così il flusso dell'urina (tecnica Urolift)".

Non solo. Per risolvere chirurgicamente l'iperplasia prostatica benigna, oggi si ricorre a nuove fonti di energia, disponibili per la maggior parte dei pazienti affetti da adenoma di prostata di dimensioni medio-piccole. "Per esempio - precisa Roberto Mario Scarpa, direttore di Unità operativa complessa al Campus biomedico di Roma e presidente Siu - il vapore acqueo ad alta temperatura, che viene iniettato all'interno della prostata tramite uno speciale manipolo endoscopico, determinando la morte delle cellule dell'adenoma (tecnica Rezum). Un'altra nuova fonte di energia è quella del laser: viene sprigionata all'interno della ghiandola prostatica attraverso fibre ottiche introdotte per via percutanea, porta il tessuto dell'adenoma a necrotizzarsi, determinando quindi una riduzione del volume della ghiandola con conseguente disostruzione (trattamento SoracteLite)".

15/10/2021

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