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Il trapianto di rene è possibile anche da un donatore vivente. Un fratello gemello o un familiare consanguineo, avendo patrimonio genetico identico nel primo caso, simile nel secondo, possono davvero fare la differenza, restituendo a una vita praticamente normale, una persona che ha un’insufficienza renale cronica terminale e deve ricorrere alla dialisi. Le malattie del rene, cioè “le nefropatie che possono causare insufficienza renale cronica e terminale che richiede un trattamento sostitutivo (dialisi o trapianto) sono: il diabete, l’ipertensione, la glomerulonefrite. Nel 20% de casi non è diagnosticabile”, spiega la professoressa Lucrezia Furian del Centro trapianti rene e pancreas dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Padova.

La situazione in Italia

Nel nostro Paese ci sono 5 centri che eseguono più di 20 interventi da vivente ogni anno, che diventano 50 nel centro di eccellenza dell’Azienda Ospedaliera di Padova. Gli altri riferimenti sono il presidio Ospedaliero Molinette - A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino, l’Ospedale Borgo Trento - Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, quindi il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna e, infine, il Policlinico Umberto I di Roma.
Oggi ci sono circa 8000 pazienti in attesa di trapianto di rene da deceduto, con un tempo di attesa di circa 3 anni. “Il donatore da vivente azzera la lista d’attesa e permette al paziente di evitare il ricorso alla dialisi”, precisa Furian. La pandemia da Covid ha ridotto l’attività dei centri trapianto, ma non in modo significativo.

La procedura è eseguita da molti anni, ma non è molto diffusa in Italia dove nel 2019 il 15,9% dei trapianti di rene è stato fatto da donatore vivente (340 su 1797 da donatore deceduto): in aumento, considerando il 13,8% del 2018. “Rispetto ad altri Paesi sicuramente è un numero che può essere migliorato – continua la professoressa -. In Gran Bretagna e Stati Uniti il trapianto di rene da vivente rappresenta oltre il 30% degli interventi”. I margini per un passo in avanti ci sono, anche perché il numero dei donatori è in aumento con un +50% rispetto al 2012.

Cosa serve per un salto di qualità?

“La sensibilizzazione dei nefrologi e il coinvolgimento delle famiglie è un aspetto da sviluppare per questo programma. che è preferibile a quello del trapianto da donatore deceduto, se non altro per i tempi di attesa”, spiega la professoressa.

Vantaggi del trapianto da donatore vivente

Il trapianto da vivente è la terapia migliore in termine di risultato per una serie di fattori: per una questione di programmabilità e pianificazione dei tempi e modi, oltre che di azzeramento della lista d’attesa. “Quando il trapianto avviene da vivente, l’organo funziona subito, non serve un periodo di dialisi come accade, a volte, nel caso dell’organo da paziente deceduto che ha un periodo di latenza, prima di riprendere a funzionare - dice Furian -. Il donatore, infatti, deve essere una persona sana e quindi trapiantiamo un rene che ha caratteristiche migliori in assoluto. Questo non significa - continua - che il trapianto da donatore deceduto non possa dare ottimi risultati”. In base ai dati disponibili, nel periodo 2001-2016, a un anno dal trapianto, la sopravvivenza media dell’organo da donatore deceduto è del 92% e del 97% nel caso di un donatore vivente.

La tecnica mininvasiva

“Oggi non si fanno più grandi incisioni a livello addominale, ma si interviene con tecniche laparoscopiche – aggiunge Furian -. Il paziente ha, come cicatrici, un taglio di 6 cm nella parte bassa dell’addome, simile a un parto cesareo, e altre tre incisioni sull’addome da un centimetro ciascuna”.
Questo è importante non solo da un unto di vista estetico, ma anche per la rapida ripresa dall’intervento. Il ricovero dura in genere 3-4 giorni e le attività lavorative e persino sportive possono riprendere dopo circa 2 settimane.

Il donatore

“Dobbiamo informare e spiegare a paziente e donatore cosa prevede questo percorso – precisa Furian - i rischi, che sono minimi, ricordandoci che il primo obiettivo è la tutela della salute del donatore”. La procedura per diventare donatori richiede una raccolta di informazioni su patologie e familiarità del donatore, quindi si indaga sulla sua funzionalità renale e degli altri organi vitali. Infine, si eseguono esami specifici per capire quale dei due reni è il migliore candidato al trapianto.

Incompatibilità

I donatori si pongono domande sull’incompatibilità. Quelle per il gruppo sanguigno diverso e legate all’immunità (Hla) possono essere superate con la desensibilizzazione o con programmi avanzato di cross over. I trapianti cross-over sono condizioni in cui ci sono due coppie paziente-donatore che hanno compatibilità incrociata. “Le possibilità esistono, ma vanno comunicate ai pazienti”, ricorda la professoressa Furian.

La vita del donatore dopo l’intervento

Per il resto della sua vita il donatore deve sottoporsi periodicamente a controlli, per verificare la funzionalità del rene residuo che, di solito, è ben conservata. Il rischio di sviluppare un’insufficienza renale cronica, nei soggetti che hanno donato un rene, in base ai dati scientifici, è dello 0,9%. Si tratta di un valore basso, se si considera che nella popolazione generale è del 3,2%, ma leggermente più elevato rispetto a soggetti sani che non hanno donato il rene (0,14%).