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Psoriasi: sottovalutazione della patologia

La psoriasi è una malattia della pelle in molti casi sottovalutata. Troppo spesso, infatti, è considerata solo un problema estetico, piuttosto che una malattia a 360° con importanti comorbidità (tra cui diabete e problemi cardiovascolari), che nel mondo colpisce 125 milioni di persone, oltre 2 milioni in Italia (il 3% della popolazione), e nelle forme più gravi è fortemente invalidante.

Cosa è e come si manifesta

È una malattia autoimmune non trasmissibile (non è infettiva, né contagiosa) che si manifesta come un’infiammazione della pelle, solitamente di carattere cronico e recidivante. Sulla pelle compaiono chiazze rossastre, rotonde, eritematose, sulle quali si formano delle squame di colore argento, dovute a un ricambio cellulare a livello dell’epidermide che nel paziente psoriasico è 5-10 volte superiore rispetto al turn-over normale: in pratica la pelle si secca e si desquama più velocemente del solito soprattutto su gomiti, ginocchia, cuoio capelluto, regione lombo-sacrale, mani e piedi. Queste lesioni spesso non danno alcun fastidio, ma talvolta possono causare dolore o prurito.

L’evoluzione della psoriasi è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni. In pratica, in molti casi le placche «compaiono e scompaiono»: in alcuni periodi tendono a ingrandirsi, talvolta invece si attenuano o vanno via del tutto, per poi ritornare a settimane o mesi di distanza.

Nella maggior parte dei casi la malattia ha un esordio blando con una sintomatologia poco evidente: spesso la comparsa dei primi sintomi viene sottovalutata dal paziente. Questo fa sì che trascorra un lungo periodo di tempo prima che il paziente si rivolga ad un medico.

Psoriasi e qualità della vita

Quando le lesioni psoriasiche si manifestano, possono essere associate, oltre che a prurito e dolore, anche a sanguinamento. Sintomi che interferiscono con la vita lavorativa, sociale e personale di tutti i giorni, come la cura di sé, il sonno, i lavori a contatto con il pubblico, alcune attività sportive e il semplice relazionarsi con gli altri.

Diverse ricerche l’hanno dimostrato: la psoriasi ha un forte impatto negativo sulla vita di chi ne è colpito. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che i casi gravi di psoriasi incidono sulla salute e sulla qualità di vita del paziente in misura simile ad altre malattie croniche. Non solo, l’OMS ha riconosciuto la psoriasi come una grave malattia non trasmissibile (NCD), portando all’attenzione lo stigma sociale che contraddistingue la vita di questi pazienti, i ritardi e gli errori nella diagnosi, i trattamenti inadeguati e insufficienti, il dolore e la grave disabilità a cui può portare, nelle forme più gravi, la malattia.

Molti pazienti con psoriasi si convincono di essere giudicati solo sulla base della loro malattia della pelle e finiscono per vivere in condizioni di auto isolamento. Secondo uno studio di The European House – Ambrosetti, quasi l’80 per cento dei pazienti è colpito da depressione.

La maggior parte dei pazienti è sfiduciata verso le cure: l’84%– in base al report Ambrosetti - è deluso dalla ricerca di una terapia efficace a causa di un percorso di cura complesso e inefficace. Tuttavia con una diagnosi precoce e le terapie adeguate si può evitare che la psoriasi peggiori.

Come se non bastasse, ad aggravare la situazione è la difficoltà nel trovare una figura altamente specializzata che aiuti il paziente a comprendere e metabolizzare la malattia. Il paziente tende così ancora di più ad isolarsi, vergognarsi e percepirsi come diverso. Non a caso il tempo medio che intercorre tra la comparsa della sintomatologia e il primo trattamento dopo la diagnosi, sempre secondo l’indagine di The European House – Ambrosetti, è di 2 anni e 11 mesi. Un’eternità, se si pensa che la complessità della patologia richiederebbe un approccio multifattoriale in grado di risolvere le lesioni cutanee e allo stesso tempo ridurre l’impatto negativo sulla qualità della vita dei pazienti (soprattutto giovani e donne). La malattia infatti si presenta a qualsiasi età, anche se il picco di insorgenza si registra tra i 20 e i 40 anni, a seguito di fattori scatenanti (genetici, immunitari e ambientali). Un secondo picco di incidenza della malattia si registra nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni.

La malattia e lo stigma

Un’altra ricerca, questa volta pubblicata sul Journal of American Academy of Dermatology, ha dimostrato come lo stigma e i falsi miti sulla psoriasi influiscano concretamente nella vita di chi ne soffre, isolando i pazienti e pesando negativamente sul loro benessere psicologico. Lo studio ha messo in evidenza come il problema della stigmatizzazione sia ancora più evidente nei giovani, in particolare di età inferiore ai 30 anni di età. I preconcetti più diffusi sono che i pazienti psoriasici siano d’aspetto sgradevole e contagiosi.

Lo stigma, l’isolamento sociale e la solitudine, che si sono aggravati in questo periodo di emergenza sanitaria da Covid-19, possono peggiorare lo stress e l’ansia. Per i pazienti con psoriasi moderata-severa la pandemia in questi mesi ha reso ancora più difficile la gestione della malattia, a causa del mancato contatto diretto con il proprio dermatologo e per i problemi di aderenza ad alcune terapie. Ecco perché è importante per i pazienti mantenere legami affettivi e sociali che possono aiutarli a condividere, con altri pazienti e con il dermatologo curante, i propri problemi e a sostenere il peso della malattia.

Non esiste una cura risolutiva

Fortunatamente le terapie a disposizione sono dirette a far regredire le lesioni e i sintomi ad esse collegati e la loro scelta dipende dalla severità della patologia e dalle caratteristiche del paziente. Sebbene non esista una cura definitiva, la psoriasi si può tenere sotto controllo con molte strategie terapeutiche: dal trattamento topico con unguenti, creme emollienti, lozioni o gel per i casi meno gravi, alle terapie biologiche (tra i quali anticorpi monoclonali), campo in cui l’innovazione ha permesso di raggiungere un’efficacia rapida con effetti collaterali limitati.

Il trattamento a lungo termine, raccomanda l’OMS, deve essere “cucito su misura sul paziente”.

Diversi sono i trattamenti a disposizione a seconda della severità della patologia:

  • farmaci corticosteroidei: indicati per periodi brevi, nella fase più aggressiva della malattia, su aree limitate e preferibilmente solo negli adulti;
  • derivati della vitamina D3;
  • retinoidi orali (che limitano l’infiammazione dei tessuti);
  • fototerapia (luce naturale o artificiale che aiuta a migliorare i sintomi della psoriasi);
  • farmaci convenzionali sistemici;
  • farmaci biologici;

I centri specializzati nella cura della psoriasi

In Italia ci sono 149 centri specializzati nella cura della psoriasi (ex PSO-Care) e 865 medici dermatologi ospedalieri. Di questi solo il 50 per cento ha la possibilità di prescrivere farmaci biologici. Solitamente il paziente arriva al Centro tramite il passaparola di parenti o amici. La consapevolezza dell’esistenza di terapie biologiche può velocizzare il raggiungimento di un trattamento mirato ed adeguato.