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Nelle difficoltà si cresce e si migliora. Intervista a Rocio Munez Morales, protagonista di Re-imagine

Una intensa Rocío Muñoz Morales interpreta, nel corto Re-immagine, il ruolo di una madre che, colpita da una grave malattia, deve lasciare il proprio figlio, ancora piccolo. Nota al grande pubblico anche per il suo legame sentimentale con all’attore Raoul Bova, con il quale ha avuto due figlie, Luna e Alma, la talentuosa attrice, conduttrice televisiva, modella ed ex ballerina spagnola, racconta la sua esperienza sul set del corto che, in dieci minuti, restituisce la voglia di fidarsi della vita che verrà.

  • Quale aspetto è stato più interessante nel progetto Re-imagine?

 

L’importanza di lanciare un messaggio fondamentale e di farlo attraverso la storia di un giovane ragazzo, la possibilità di arrivare ai giovani e toccare contemporaneamente il mio essere madre e figlia. È stato interessante capire l’importanza delle persone che hai a fianco e la possibilità di avere un futuro insieme a loro, grazie alla ricerca e ai ricercatori.

 

  • Interpretare questo ruolo le ha fatto scoprire qualcosa di nuovo sul mondo della ricerca scientifica, che appare spesso così distante dai bisogni e dalla vita quotidiana delle persone?

 

Questo ruolo ha dato un valore profondo a me come madre, e per le mie figlie, sull’importanza della ricerca che sembra qualcosa di tecnico, freddo. Invece con il corto si scopre, e anch’io come attrice ho scoperto, come la ricerca appartenga a tutti. Abbiamo bisogno della ricerca e tutti abbiamo bisogno di un futuro. La ricerca è fatta di esseri umani, da cuori e sentimenti.

 

  • Come è stato lavorare per un progetto promosso da una multinazionale farmaceutica?

 

Novartis ha avuto una bellissima idea e, pur avendo ben chiaro l’obiettivo, ha dato molta libertà nel racconto cinematografico. Giulio Mastromauro, lo sceneggiatore che ha vinto il David per una storia che ha qualcosa di Re-imagine, era molto in sintonia con Gianluca Mangiasciutti, il regista. Da Novartis al regista agli attori siamo tutti stati coinvolti: è questo che rende un progetto vincente.

 

  • Come sta vivendo questo periodo di emergenza sanitaria, quali sono le sue paure più grandi, anche da mamma?

Sto vivendo questo momento di pandemia con grande tristezza perché amo il contatto, ho bisogno degli altri, della mia famiglia di origine, che al momento è a Madrid. Credo che i bambini, almeno quelli piccoli come la mie che hanno 5 e 2 anni, abbiano una grande capacità di adattamento e di trasformare questo tempo in qualcosa di positivo e di riempirlo con il sorriso e la leggerezza. 

 

  • Come vede il mondo della salute in Italia?

In generale credo che gli italiani debbano essere grati a tutti coloro che lavorano nella salute per i grandissimi forzi che stanno facendo in questo periodo, ma che fanno sempre. Io collaboro con varie realtà e so che l’Italia è patria di grandi scienziati e grandissimi ricercatori. Credo che l’Italia debba essere fiera delle persone che fanno parte del mondo sanitario.

 

  • Nel cortometraggio si tiene viva la speranza di un futuro migliore: quali sono le sue di speranze per gli anni a venire?

 

Penso che bisogna sperare in un futuro e penso che bisogna sperare in un futuro migliore. L’essere umano, nei momenti di difficoltà, si migliora, si supera e cresce. È importante non fare un passo indietro, ma farlo in avanti, mettersi in prima linea e credere, sostenere la ricerca e sperare perché il futuro deve essere sempre per tutti migliore. 


 

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