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In Italia lo scompenso cardiaco rappresenta la prima causa di ricovero in ospedale dopo i 65 anni, ed è una questione di salute pubblica di grande rilievo. Nel nostro Paese, oltre 1 milione di persone è affetto da questa condizione causata dall’incapacità del cuore di pompare quantità di sangue adeguate alle necessità dell’organismo, determinando un accumulo di liquidi a livello degli arti inferiori, dei polmoni e in altri tessuti. In particolare, negli anziani tra i 65 e gli 80 anni, una persona su 5 (dati Aisc) è a rischio di sviluppare lo scompenso cardiaco, che entro i prossimi anni arriverà a interessare il 2,3% dell’intera popolazione italiana, dovuto all’aumento dell’aspettativa media di vita nel nostro Paese.

L’insufficienza cardiaca può avere diverse cause; in genere si sviluppa in seguito a una lesione muscolare cardiaca, come un infarto del miocardio o una eccessiva sollecitazione cardiaca.

Per la difficoltà ad effettuare la diagnosi precoce, e per il fatto che nella maggior parte dei casi lo scompenso cardiaco si accompagna con altre patologie croniche (diabete, BCPO, malattie renali) spesso lo scompenso viene sottovalutato e individuato come una sintomatologia riguardante l’età avanzata. Inoltre, i sintomi non sono facilmente riconoscibili. Per questo motivo, spesso, il paziente scopre di essere scompensato dopo una fase acuta con ricovero in ospedale.

Il tipico sintomo è la dispnea, ossia una mancanza di fiato. Generalmente si manifesta sotto sforzo ma, nelle fasi più avanzate, anche quando il soggetto è a riposo. La dispnea è causata dalla progressiva incapacità delle camere cardiache di svuotarsi in modo efficace durante la contrazione, causando un conseguente accumulo di liquidi nel circolo polmonare (edema polmonare e versamento pleurico). Gli altri disturbi sono: stanchezza, gonfiore all’addome e attività cardiaca più debole.

La diagnosi di scompenso cardiaco è basata sulla valutazione clinica, che comprende l’anamnesi e l’esame obiettivo che include polso debole e spesso rapido, pressione arteriosa ridotta, anomalie nei toni cardiaci e accumulo di liquido nei polmoni, cuore dilatato, vene del collo aumentate di volume, fegato ingrandito ed edemi addominali o agli arti inferiori. Per l’accertamento sono fondamentali indagini di laboratorio e strumentali per valutare la funzionalità cardiaca. Le più importanti di queste sono: elettrocardiogramma, ecocardiogramma, dosaggio dei peptidi natriuretici (BNP e NT-proBNP) e risonanza magnetica cardiaca con mezzo di contrasto.

Senza lo svolgimento di un’opportuna terapia, l’insufficienza cardiaca presenta una mortalità estremamente alta. Tuttavia, vi sono alcune terapie grazie alle quali è possibile curare lo scompenso cardiaco: terapie che è bene associare ad un cambiamento dello stile di vita e delle abitudini dell’assistito.

La terapia farmacologica dell’insufficienza cardiaca offre molteplici opportunità. Diverse, infatti, sono le classi di farmaci disponibili sul mercato che agiscono nei confronti di alcuni meccanismi cruciali coinvolti nella genesi di questa sindrome. Le classi di farmaci maggiormente impiegate nella terapia contro lo scompenso cardiaco sono: ACE-inibitori (sono dei vasodilatatori che agiscono riducendo il carico di lavoro del cuore), Beta bloccanti (riducono i sintomi indotti dall’insufficienza cardiaca e migliorano la funzione del cuore) e i diuretici (riducono gli edemi causati dalla patologia stessa).

Da alcuni anni una nuova classe di farmaci è entrata nella terapia per lo scompenso cardiaco. Si tratta degli ARNI (Angiotensin Receptor Neprilysin Inhibitor, inibitore del recettore dell’angiotensina e della neprilisina), farmaci che vanno ad amplificare la funzione di sistemi neuro-ormonali in grado di produrre benefici clinici a lungo termine. Il sistema di cui si vuole amplificare la funzione è quello dei peptidi natriuretici atriali, ovvero gli ormoni che inducono l’eliminazione del sodio attraverso la diuresi e aiutano la broncodilatazione.

Gli ARNI constano di due molecole attive, una delle quali blocca un enzima, la neprilisina, che a sua volta degrada i peptidi natriuretici (quindi bloccare l’enzima che degrada vuol dire di fatto aumentare la disponibilità di queste sostanze). L’altra molecola è una antagonista recettoriale dell’angiotensina che compensa alcuni effetti collaterali tendenzialmente negativi dell’inibizione della neprilisina.

Per trattare lo scompenso cardiaco si consiglia di seguire anche una sorta di terapia comportamentale, che consiste nell’adottare un corretto stile di vita, con abitudini alimentari volte a ridurre l’apporto di sale e di grassi, praticare una moderata attività fisica e avere un migliore controllo dei fattori di rischio cardiovascolare (fumo, ipertensione, diabete, obesità e ipercolesterolemia). Fondamentale il costante monitoraggio della pressione arteriosa che può essere eseguito anche in farmacia. Infine, si consiglia di effettuare controlli ed esami periodici per tenere sotto controllo i sintomi. Per la gestione dello scompenso intervenire tempestivamente è un imperativo.

Lo scompenso cardiaco è caratterizzato da periodi anche lunghi di stabilità in cui il paziente svolge una vita normale, interrotti da momenti di instabilità, in cui frequentemente è necessaria l'ospedalizzazione. Il momento dell'ospedalizzazione è molto critico, è gravato da un maggior rischio di mortalità e da una elevata probabilità di nuovo ricovero dopo la dimissione.

Per evitare un nuovo aggravamento dopo la dimissione è molto importante che il paziente sia seguito e monitorato e che, in ogni caso di nuovo aggravamento dei sintomi, venga effettuato un nuovo controllo. Questo è possibile solo se avviene una presa in carico da parte degli operatori del territorio, medici e infermieri dedicati alla cura dei pazienti con scompenso.

Il paziente anziano con scompenso cardiaco è un soggetto fragile con pluri-comorbilità (spesso soffre di altre patologie e ha disturbi ad esse correlati: problemi deambulatori, obesità, deficit cognitivo...). Questo comporta una complessità nella gestione della terapia, farmacologica e non farmacologica, spesso gravosa soprattutto per chi vive solo e ha scarso supporto familiare: in queste situazioni e per questi pazienti anziani, la figura del caregiver è fondamentale.

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