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In Italia, secondo lo studio ESEMeD ( European Study on the Epidemiology of Mental Disorders) ogni anno oltre un milione e mezzo di adulti soffre di un disturbo depressivo. Non solo: il rapporto dell’Agenzia italiana del farmaco del luglio 2021 stima siano  3 milioni i depressi nel nostro Paese.

La depressione, va detto, può insorgere a varie età e diversi strumenti possono essere utilizzati come indicatori della frequenza del problema tra i giovani, gli adulti e gli anziani.

Che si tratti di depressione maggiore, fobie specifiche piuttosto che di disturbo post traumatico da stress o ansia generalizzata, una cosa è certa: il prezzo più alto è quello che “pagano” i pazienti e le loro famiglie. Tuttavia, la depressione ha anche un significativo impatto economico sia in termini di spesa sociale sia previdenziale, oltre ai costi diretti a carico dei cittadini.

Lo studio

I disturbi depressivi, oltre a interferire con la qualità della vita delle persone che ne soffrono, rappresentano un costo per l’intera collettività. Lo conferma uno studio condotto dal centro di ricerca di Francesco Saverio Mennini, professore di Economia sanitaria all’Università Tor Vergata di Roma e Presidente SiHTA, la Società italiana di Health Technology Assessment, secondo il quale i disturbi psichici rappresentano una delle voci di spesa maggiori per il Sistema sanitario nazionale. Le ricerche effettuate dal gruppo di lavoro di Tor Vergata indicano che i costi sostenuti dal nostro Ssn, per quanto riguarda il disturbo depressivo, ammontano a un miliardo 250 milioni di euro ogni anno, quasi l’11 per cento della spesa sanitaria pubblica che nel 2019 è stata di circa 115 miliardi di euro. La voce più importante della spesa per il servizio sanitario è dovuta alle visite ambulatoriali specialistiche.

Per capire il fenomeno, basta scorrere i dati alla voce farmaci. Nel corso del 2020 – si legge nel Report dell’Aifa - il 6,5% della popolazione italiana, oltre 3milioni e 850mila cittadini, ha fatto ricorso a farmaci antidepressivi, con un consumo doppio nelle donne rispetto agli uomini. La prevalenza d’uso dei farmaci sedativo-ipnotici e ansiolitici nel 2020 (anno di inizio della pandemia da Covid-19) è aumentata del 6,6% rispetto all’anno precedente.

I costi della malattia

Accanto ai costi diretti sanitari ci sono però anche i “costi indiretti”, ovvero i costi legati alla perdita di produttività (giorni di lavoro o di scuola non effettuati, ad esempio), di conseguenza alla perdita fiscale e ai costi a carico del sistema previdenziale.

I costi indiretti - secondo i ricercatori di Tor Vergata - rappresentano il 70 per cento del totale dei costi di questo disturbo. Undicimila persone con depressione maggiore prendono un assegno ordinario di invalidità e la pensione di inabilità. Un numero di pazienti in costante aumento: dal 2009 al 2015 c’è stato un incremento di quasi il 21 per cento.

Con una migliore e precoce presa in carico dei pazienti, cure mirate e un rafforzamento dei servizi territoriali, anche grazie alle risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, secondo gli analisti, è possibile una riduzione della disabilità accompagnata anche da un contenimento dei costi.

I sintomi del disturbo depressivo sono precisi e facili da individuare: l’umore depresso quasi ogni giorno per almeno due settimane; una marcata diminuzione di interesse o piacere per le attività abituali della vita; talvolta perdita di appetito e di peso, oppure un appetito eccessivo per i dolci; insonnia accompagnata da pensieri negativi; difficoltà psicomotorie; mancanza di energie; deficit cognitivo e pensieri correlati all’idea della morte.

Depressione e giovani

La forma più grave, la depressione maggiore, spesso associata a lutti e separazioni, povertà o ad una malattia, interessa il 5-6 per cento della popolazione nel corso della vita, specie in età intermedia e anziana, anche se con la pandemia sono stati coinvolti molti giovani.

Fortunatamente esistono molte possibilità di cura dei disturbi depressivi. Trattamenti finalizzati al controllo dei sintomi, al recupero di un buon funzionamento e alla riduzione del rischio di ricaduta. Tuttavia, oggi sappiamo che esistono forme che non rispondono bene ai trattamenti. Circa il 25 per cento dei casi è costituita da quella che è chiamata depressione resistente, termine che indica i casi che non rispondono a più trattamenti farmacologici. In aiuto di questi pazienti ci sono diverse forme di trattamento non farmacologico, come le psicoterapie, soprattutto quelle a orientamento cognitivo-comportamentale, oltre alle modifiche comportamentali, come un miglioramento degli stili di vita che comprenda una riorganizzazione proficua della giornata e attività motoria.

20/05/2022

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