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Tra i cambiamenti imposti dalla pandemia, con il ritorno delle cure al territorio, anche per il paziente con cancro si apre la possibilità di un percorso terapeutico oltre l’ospedale e più vicino a casa. Un approccio di questo tipo sarebbe particolarmente indicato nel paziente oncologico guarito o in quello con malattia cronica. Si tratta, per molti aspetti, di una rivoluzione organizzativa che non può prescindere a un nuovo Piano oncologico nazionale, dall’implementazione delle reti oncologiche in tutte le regioni grazie a Livelli essenziali di assistenza (Lea) di tipo organizzativi.

Attualmente, in Italia ci sono 3,6 milioni di persone con diagnosi di cancro, secondo i dati dell’Aiom, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica. Di questi, oltre il 30% sono guariti e circa il 30% hanno visto cronicizzare la loro malattia. Molte di queste persone sono anziane e hanno anche altre patologie (comorbilità). Questo scenario inserisce le patologie oncologiche in una realtà di malattia cronica.

L’aumento delle persone che, dopo una diagnosi di tumore, vivono molto più a lungo e con una qualità di vita migliore rispetto al passato richiede un cambio di passo. Ci sono “bisogni ed esigenze diverse – osserva Luigi Cavanna, presidente del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo) – e noi dobbiamo essere in grado di fornire soluzioni diversificate in base alle necessità. Dobbiamo poi essere in grado di definire requisiti minimi per l’oncologia del territorio. Il Covid - aggiunge - ci ha dimostrato che i tempi sono maturi per una gestione di una parte dei pazienti al di fuori dell’ospedale, sfruttando anche gli strumenti tecnologici a nostra disposizione”.

Oggi, il percorso di un paziente oncologico è caratterizzato da “brevi e intensi periodi ospedalieri e da lunghe fasi domiciliari o territoriali molto meno presidiate rispetto al ricovero o al Day Hospital - ricorda Gianni Amunni, presidente dell’associazione Periplo -. I bisogni dei pazienti si esprimono in larga parte a domicilio o nelle strutture sul territorio. Credo che con una buona riorganizzazione, oggi una buona fetta dei pazienti oncologici possa essere gestito al di fuori dell’ospedale”.

Nel concreto è necessario partire da “una forte sinergia con le direzioni generali e, prima ancora, con i medici di medicina generale, che sono gli unici che in questo momento possono aiutarci a seguire il follow up dei pazienti sul territorio - dice Saverio Cinieri, presidente dell’Aiom -. Purtroppo ci scontriamo con problemi all’apparenza banali che però hanno un peso sulla nostra attività”. Come fa notare il presidente Aiom, “i nostri computer non sono dotati di videocamera e per effettuare televisite e teleconsulti abbiamo dovuto provvedere personalmente. O ancora – aggiunge - le visite da remoto effettuate nel periodo pandemico non sono state riconosciute a livello burocratico-amministrativo”.

Un’altra questione da considerare è la realtà territoriale italiana, che è disomogenea. “Abbiamo 21 servizi sanitari regionali che godono di margini di manovra importanti e magari anche vantaggiosi per il cittadino – osserva Mattia Altini, presidente Simm, la Società italiana di leadership e management in medicina –. Con questa situazione di partenza, non possiamo fornire soluzioni che vadano bene a tutti, ma dobbiamo identificare alcune linee direttrici da consegnare agli ambiti territoriali in modo che possano metterle in campo tenendo conto del contesto in cui si trovano”. L’esperto, nell’invitare a non cadere nel rischio opposto e cioè di incrementare la disomogeneità e minare l’equità di accesso, uno dei principi cardine del nostro Ssn, accende i riflettori sulle competenze: “Bisogna lavorare sulle professionalità diverse dall’oncologo, formando micro-reti multidisciplinari che coinvolgano i diversi professionisti in un lavoro di squadra value-based e si occupino della presa in carico del paziente a 360°”.

La vera sfida, per gli esperti è la reale integrazione tra servizi territoriali e sistema ospedaliero che comprenda anche “attività centrali quali la psiconcologia, la riabilitazione oncologica, il supporto nutrizionale - suggerisce Amunni -. I posti letto di cure intermedie potrebbero essere utili alla gestione delle tossicità da chemioterapia, al monitoraggio terapeutico e di controllo dell’aderenza al trattamento. Tutte attività che – aggiunge - risparmierebbero al paziente di affrontare chilometri di viaggio per passare pochi minuti in ospedale”. A tale scopo servono “Lea organizzativi e non solo legati alle prestazioni – ha affermato Amunni – devono essere garantiti livelli minimi su tutto il territorio nazionale e per questo è indispensabile potenziare in modo omogeneo le Reti oncologiche, che non sono partite in tutte le Regioni”.

Sono due le condizioni necessarie per raggiungere questi obiettivi, secondo Cinieri: “Intervenire sulla formazione, in modo da avere a disposizione personale competente, e cambiare le piante organizzative delle aziende, che sono rigide e spesso non permettono di affiancare un amministrativo a un clinico”. Esistono già esempi virtuosi. Luigi Cavanna ricorda l’esperienza piacentina nella quale “da quasi 20 anni gli oncologi vanno sul territorio, nei piccoli ospedali periferici e lavorano in sinergia con i medici di medicina interna e con quelli di medicina generale. In questo modo i pazienti sono seguiti da un oncologo anche nei centri più piccoli, il carico dell’ospedale centrale diminuisce e gli specialisti sono gratificati. Dobbiamo essere in grado di proporre soluzioni in modo proattivo”.

Non si possono però “fare cose nuove con regole vecchie - sottolinea Altini - gli stimoli che arrivano dalla prima linea devono trovare un assetto giuridico che ci consenta di operare in modo dinamico e flessibile. Per raggiungere questo obiettivo – aggiunge il presidente Simm - servono competenze avanzate ed è necessario elaborare tutti insieme un Piano oncologico che tenga conto del periodo che stiamo vivendo. Sui fondi, poi, credo che 18 miliardi previsti dal Pnrr su 209 siano pochi per realizzare quella traiettoria di cambiamento che abbiamo bisogno. Recentemente anche la Corte dei Conti si è espressa in questo senso in due sue recenti revisioni”.

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